STILLICIDI
La galleria Fabrica Fluxus, in chiusura della sua stagione, ha il piacere di ospitare all’interno del suo spazio espositivo alcuni fra più interessanti artisti contemporanei:
Karin Andersen
Christian Rainer
Marc Giloux
Cosimo Terlizzi
Elena Rapa
Nark Bkb
Ferrario Fréres
nella mostra collettiva “Stillicidi” a cura di Helena Rusikova.
Vernissage: 4 giugno 2010 alle ore 19.30
In mostra fino al 24 giugno 2010
Qual è il ruolo dell’artista se non quello di mostrare, illuminare con una luce nuova, inconsueta, ciò che noi tutti abbiamo sotto gli occhi? Il mondo impolverato dalle quotidiane abitudini percettive è filtrato, analizzato scomposto, riflesso dagli artisti coinvolti che, ciascuno con i suoi media espressivi e con la sua poetica, lo riconsegna a noi spettatori svelandoci nuovi punti di vista. “Al mancamento iniziale, segue il piacere della conoscenza, che significa soprattutto attraversare un’esperienza su diversi binari, poiché conoscere in tal caso equivale ad avere più alternative e a vivere su più livelli” scrive Helena Rusikova nel testo critico di accompagnamento alla mostra. E così Karin Andersen “ribalta letteralmente le prospettive”. Cosimo Terlizzi attraverso operazioni di “blow up” ci dimostra come spesso la visione d’insieme non renda giustizia alla ricchezza di cui il particolare è portatore. Christian Rainer ci mette di fronte alla vertigine, all’impossibilità intrinseca nell’uomo di comprendere la sua stessa identità. Elena Rapa ci traghetta con vigore attraverso un’onirica dimensione extra-ordinaria ed extra-sensoriale. Marc Giloux, dopo Lione, Bruxelles e Kiev, propone qui a Bari una delle sue nuove performance: ironico cortocircuito fra concetto di identità, soggetto e spettatore. Nark Bkb ci colloca su lati opposti di uno stesso luogo nello stesso istante, sperimentando la molteplicità della conoscenza. E in fine Ferrario Freres che, attraverso una riflessione sulla natura dittatoriale del linguaggio umano, ne svela le dinamiche, ridotte a pure convenzioni.
STILLICIDI
cura e testi di Helena Rusikova
Il lavoro dell’osservazione, l’insistenza dello sguardo, consentono non solo di approfondire l’oggetto in esame, ma di scardinarlo e rimontarlo sotto altra forma, sovvertirlo, svelarlo. Esiste una separazione tra ciò che osserviamo e il modo in cui lo assumiamo e questa può essere identificata con la superficie stessa dell’occhio, diaframma tra il mondo e l’immagine che di esso riusciamo ad immagazzinare. Ogni cosa, in questa Natura che fa il suo corso, appare straordinariamente compiuta, al punto da non innescare interrogativi di sorta. La capacità di osservazione, associata ad intuito e visionarietà, sono le qualità che dischiudono il così detto “uovo di colombo” rivelando quell’evidenza sempre stata che appariva talmente ovvia da sembrare invisibile. Qui entra in gioco il ruolo dell’artista che lungi dall’essere una mera professione, è innanzitutto una dote che se applicata al mondo, lo spalanca rivelando ai più un segreto fondamentale: viviamo in un mondo per lo più sconosciuto che posto sotto questa nuova luce perde d’ogni familiarità. Al mancamento iniziale, segue il piacere della conoscenza, che significa soprattutto attraversare un’esperienza su diversi binari, poiché conoscere in tal caso equivale ad avere più alternative e a vivere su più livelli. Al di là di come ogni artista operi, di quali tematiche si interessi e di quale sia la sua poetica, resta la qualità comune di avere accesso a più visioni di una stessa cosa, rivelando così la natura multiforme (e multisenso) del mondo. Gli artisti qui coinvolti hanno dunque un preciso ruolo: quello di farsi tramite di significati, punti di accesso a dimensioni inedite di cose edite, diaframmi attraversabili tra lo spettatore e la sorpresa della loro scoperta.
Karin Andersen
con un semplice gesto ribalta letteralmente le prospettive senza però far perdere la “logica” del luogo. Vi insedia inoltre dei suoi personaggi che per gestualità possiamo considerare una firma apposta allo scatto fotografico che fa da sfondo. Tutto è perfettamente plausibile dal punto di vista visivo, ma non lo è da quello della logica alla quale siamo piegati.
In queste due immagini proposte dall’artista non viene rivisitato un luogo per essere trasformato in un altro, ma resta se stesso – una piscina nello specifico – e con la stessa vocazione originaria. L’invito è evidente: le cose sono uguali ma diverse da come le conosciamo, possono assolvere sempre allo stesso scopo, pur trasformandosi ai nostri occhi e rivelandosi inaspettatamente sotto un’altra forma o quanto meno sotto un’altra possibilità.
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Christian Rainer
propone l’immagine emblematica di un uomo allo specchio, accessorio che va qui inteso, come in gran parte delle mistiche, quale rivelatore divino e testimone del più complesso dei misteri: la forma della Natura è il simbolo più perfetto delle sue qualità occulte. Premesso questo, l’Uomo che vi si specchia anzichè vedersi riflesso, vede una sagoma informe e scura, una sorta di macchia o buco nero. Questa condizione è significativa della impossibilità o difficoltà che l’Uomo ha nel comprendere la sua stessa Natura, limite dovuto alla mancata presa di coscienza di essere egli stesso, in prima persona, la causa della propria cecità, dunque il proprio limite. Alle spalle dell’Uomo lo specchio restituisce la Natura circostante immutata, essendo il paesaggio privo di soggettività, quindi non suscettibile di incomprensione. L’Uomo allo specchio può essere – come simbolicamente ogni altro Uomo – guardato solo di spalle, ovvero in maniera mediata e solo da terzi, poichè la comprensione profonda, quindi “frontale”, risulta impossibile sia a sé stesso che agli altri. La sua immagine di fronte resta in ogni caso un’astrazione.
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Marc Giloux
propone una nuova performance in linea con le sue più recenti, episodi in cui rievoca personaggi tanto straordinari quanto sconosciuti, semplicemente facendo atto di memoria e, per la durata dell’evento, incarnando egli stesso il personaggio in questione. Si tratta di una complessa operazione mentale in cui l’artista apre una sorta di varco che introduce alla dimensione del personaggio evocato e lo fa sottolineando con una targa, che il suo nome in quel preciso istante non è Marc Giloux, ma – come in questo caso – Matteo Xantaxyzene (pronunciato Cantacuzene). Così ci troviamo davanti all’evidenza fisica dell’artista in carne ed ossa e simultaneamente al dato metafisico da egli stesso innescato. Il viaggio contemplativo inizia quindi proiettando lo spettatore al cospetto di questo personaggio sospeso nel tempo e nella storia e successivamente si compie con lo svelamento della sua identità e della sua pratica. Matteo Cantacuzene era un imperatore bizantino che ha dedicato i suoi scritti e le sue ricerche alla mistica, la filosofia e la religione. Il senso dell’osservazione qui si evolve appunto in contemplazione, espressa su più piani percettivi: nel gesto dell’artista che apre un mondo sconosciuto allo spettatore e nel ruolo del personaggio qui chiamato in causa che a sua volta era dedito alla pratica contemplativa.
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Cosimo Terlizzi
intende l’approfondimento dell’ osser-vazione come scomposizione di un insieme, che è poi il modo con cui ci accorgiamo che uno sguardo d’insieme e da lontano non rende giustizia alla complessità del particolare, del dettaglio, dal quale invece ci allontana. In un gioco di avvicinamenti e lenti movimenti interni ad un ritratto di famiglia, si ricuce gradualmente la trama che unisce i personaggi, lasciandone emergere caratteri e ruoli. Sappiamo quindi della storia personale di ognuno e rileviamo che questo nucleo di persone disposte quasi a creare un muro che ci separa da loro, è in realtà composto da singoli individui e vicende private che ne crepano la solidità e creano interstizi che menano alla conoscenza non più formale, ma personale e diretta con i componenti della famiglia.
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Elena Rapa
concepisce l’idea di osservazione (e comprensione che ne deriva), come un accesso a dimensioni extra sensoriali, oniriche e quasi lisergiche. Il mondo delle cose è abbandonato in virtù di un’esperienza che non necessita più di oggetti, spazi e tempi per avere luogo, ma solo di percezione e pura sensorialità che si va rivelatrice. Come appunto accade nell’oscuro non-spazio mentale, affiorano cose e volti che si è visto e conosciuto, mescolate ad astrazioni che sono un tentativo di ciò che non ha forma di assumerne una. Anche Elena Rapa, come nel caso degli altri artisti, si fa tramite per lasciar accedere lo spettatore a conoscenze di cui era all’oscuro; in particolare in questo caso l’artista riesce nel complesso tentativo di illuminare delle forme chiuse in un’esperienza che non ha nulla di reale e replicabile e che non potrebbe appartenere ad altri che all’autrice stessa. Questa immagine è una finestra in cui lo spettatore può affacciarsi per rivivere l’esperienza illuminante dell’estasi visionaria, altrimenti barricata solo in chi la ha vissuta.
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Nark Bkb
fa esperienza della vertigine del confine, che da pura astrazione geopolitica, si trasforma – nel tempo e spazio trascorsi da un lato all’altro di un edificio, in una realtà che è sia fisica che linguistica. Si tratta di attraversare un varco avendo un passo prima un aspetto ed un’idea del luogo in cui siamo, ed un passo dopo ci ritroviamo altrove e come trasformati. Possiamo replicare l’esperienza semplicemente facendo avanti e indietro e poi ancora. Nark Bkb nota un dato preesistente, un’evidenza nascosta e se ne serve per conferire sostanza ad un’astrazione. Egli si fa quindi tramite (già nell’atto di attraversamento di confine) di una trasformazione proprio nel momento e nel luogo in cui avviene, mettendo così in luce il carattere “bifronte” del mondo conosciuto.
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Ferrario Freres
affigge per le vie circostanti la galleria dei manifesti che possono sembrare cartelloni pubblicitari di oscuri prodotti, e invece sono una condanna, quella del limite del linguaggio che l’Uomo impone a qualunque cosa e chiunque che non parli la sua stessa lingua. Nei grandi manifesti ci sono primi piani di occhi di animali che alludono all’opzione non sempre considerata che chi guarda è anche guardato e che il ruolo di soggetto è interscambiabile e riguarda tanto il soggetto quanto l’oggetto. L’abitudine al nome, al linguaggio in genere, è come il comodo cuscino del mondo che va bene così com’è; diamo dei nomi – ad esempio ad animali – senza che questo nome davvero gli corrisponda così trasformando una nostra invenzione in una realtà inequivocabile. Questa abitudine senza interrogativi la applichiamo ad ogni cosa, noi Uomini compresi dalla cui osservazione possiamo dedurre che in ogni caso ciò che osserviamo è solo una nostra proiezione che passa attraverso la nomenclatura per realizzarsi, avendo a priori posto un filtro che non avendo alcun legame reale con il soggetto, ne altera necessariamente la Natura.








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