RIOT QUEER IS DEAD!
(Just like a rock star)
La prima mostra personale in Italia di
Riot Queer, araldo del punk surrealism
A cura di Francesco Paolo Del Re e Fabrica Fluxus
dal 20 novembre all’11 dicembre 2009
vernissage 20 novembre ore 19.00
Disturbante, sensuale, irriverente, orrorifica, erotica: l’arte di Riot Queer (classe 1982, romano di nascita, milanese di adozione e cosmopolita per vocazione) non conosce mezze misure e non offre altre scelte allo spettatore e alla critica che non siano i due estremi opposti dell’odio e dell’amore. Dopo i successi di San Francisco e Parigi, arriva per la prima volta in Italia una mostra personale di Riot Queer, araldo del movimento Punk Surrealism e propugnatore di una bellezza ribelle e irregolare, che sa essere allo stesso tempo conturbante e pericolosa, macabra e seducente. Sbudellato da una groupie in preda a un attacco di gelosia dopo aver scoperto il suo idolo a letto con il suo migliore amico o fatto secco da un vecchio critico d’arte esasperato dal suo cattivo gusto e dal comportamento indecoroso che sfoggia in ogni pubblica esternazione, Riot Queer mette a frutto l’occasione di questa sua prima personale in Italia per portare in scena la sua dipartita rock che, secondo copione, non è certo la migliore delle morti possibili. Il titolo della mostra è “Riot Queer is dead. Just like a rock star” e, a fare da contorno al fetido feretro dell’artista, saranno proposte al pubblico due serie di lavori realizzati del 2009.
La mostra, curata da Francesco Paolo Del Re e dal collettivo Fabrica Fluxus, inaugura il 20 novembre alle 19.00 a Bari, presso gli spazi della Galleria Fabrica Fluxus (via Celentano 39), ed è visitabile fino all’11 dicembre. Non solo quadri da guardare: l’inaugurazione di “Riot Queer is dead. Just like a rock star” è l’evento più atteso dell’intero autunno barese, mescolando arte e musica in un mix avvincente e trascinante. La mostra ha infatti un’ispirazione musicale, abbinando opere a celebri pezzi rock, e il vernissage sarà tutto da ballare, grazie a un imperdibile dj set a tema.
Influenzato dal fumetto underground, dal tatuaggio e dal punk rock, Riot Queer è autore di immagini disturbanti, in cui si mescolano elementi orrorifici ed erotici. Le protagoniste dei suoi acquerelli sono pin up dal look aggressivo, vestite con capi di abbigliamento fetish e ornate di tatuaggi e piercing, sull’esempio delle Suicide Girls della celebre community online statunitense, le modelle che hanno rivoluzionato il modo di concepire l’erotismo softcore ispirandosi allo stile dark, punk, indie e alternativo
________________________________________________________________
Anatomia per iPod secondo il dottor Riot Queer
Una lezione di anatomia. Un’anatomia dei desideri. Nel flusso delle passioni contemporanee, che rimbalzano schermo dopo schermo, mediazione dopo mediazione, Riot Queer sceglie di abitare le superfici di una bellezza fatta algoritmo di sovversione. Sul vetrino del microscopio del mad doctor adolescente, che sbuca fuori da un impossibile b-movie per impugnare il pennello e travestirsi da dj, fanno bella mostra di sé la vanitas, il freak show e l’ossessione delle teste senza corpo. Galleria di ritratti visionari, donne impossibili, paradigmi di alienità disarmante. Dietro l’ammiccamento pop e la filigrana della consuetudine dell’illustrazione underground, solo polmoni, un cuore scarnificato. Dio è un dj e l’artista fa di tutto per far bruciare il groviglio della pellicola sul più bello della proiezione, scompaginare le carte, cliccando ossessivamente il tasto refresh per far ripartire punto e a capo lo streaming di un senso che si tatua sulla pelle, che si situa tra viscere e laringe, tra midollo osseo e secrezione salivare. Al fondo del lavoro di Riot Queer, il cuore palpitante, l’oggetto nero sotto il lenzuolo è il suo stesso muscolo cardiaco estirpato e ancora in spasmo. Dietro l’immagine di ogni esangue e pretestuosa pin up, traluce il suo stesso autoritratto, palese o rimosso, e la possibilità di cambiare forma, assumere identità all’infinito, per essere fedele solo a se stesso. Tutto viene da questo e ruota intorno a questo. Persino i ritratti più glamour, barocchi, feticisti, visionari di donne regali o friabili nascondono un nodo di viscere, un comune, pulsante tentennamento di umana, indispensabile, ammaliante, disperata vanità. La nobile tradizione della ritrattistica a olio per committenza privata si incontra con l’ossessione compulsiva dei click delle gallery fotografiche delle community online di annunci personali e incontri hot. Un trattato di fisiognomica postmoderna dispiega le sue leziose pagine, mostrando la stessa consistenza della carta straccia che affastella le promozioni di un discountobitorio. Merce in saldo delle identità, prêt-à-porter della dissipazione dei molti sé venduti a special prize. Riot Queer imbelletta i figurini di un malessere da indossare, taglia unica dei desideri fatti sottili come aghi ipodermici, che rubano il sangue alle vene delle braccia, per misurazioni infinitesimali di una perdita di senso fatta regione di punti di domanda permanenti. Ecco l’epica dello smembramento del corpo, la mistica del bisturi dell’inquadratura, che non abbisogna della logica del frammento, ma si fa tutto campo, tutta pancia, digestione e conato… La trasparenza dell’acquerello si apparenta con la luminosità interiore delle creature di desiderio che popolano il web, rimandando direttamente, in modo materico e relazionale, prima che formale, all’essenza dell’erotismo soft-core incarnato dalle Suicide Girls, eroine del corpo digitale globalizzato. Riot Queer passa al microonde porzioni di immaginario inquadrate in format precisi, riproduce all’infinito, con infinite varianti, fermo-immagine di uno stesso plot sbudellato e sbrindellato. La retorica di corpi senza storia ma circonfusi di gloria, come teste di santi patroni di cittadinanze senza più territori né nazionalità che non siano espedienti insurrezionali… Agiografia dei desideri plurali di viaggiatori imbarbariti dei feticismi contemporanei, in un mix di citazioni senza scrupoli, tra echi di brani punk rock e prelievi attinti dai polverosi scaffali in cui riposano Shakespeare, Ovidio e il Vangelo. Questa morte vitale che dà il titolo alla prima personale dell’artista racchiude una dichiarazione di poetica: un’oltranzistica fedeltà all’incongruenza di un immaginario che cannibalizza il cinema horror e i Bauhaus, il sudore dei concerti punk e gli scheletri sorridenti del folclore messicano, la masturbazione e i talent show, mitologie di un corpo fatto cancrene di potenzialità e desideri. Quale migliore inizio se non la bella morte, per un artista ventisettenne con l’ambizione di entrare nell’esclusivo 27 Club, a far baldoria in compagnia perenne di Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Brian Jones?
Francesco Paolo Del Re
Novembre 2009
“Che cos’è un corpo senza organi?”
Una vasta galleria di ritratti, tanto sistematica da apparire quasi una catalogazione scientifica, conturbanti, orrorifiche, surreali e sensuali donne dai volti cerulei. Bambole dagli occhi vitrei, così limpidi da riuscire quasi a specchiarsi paradossalmente palpitanti di vita, di sangue, di carne e di ossa. La delicatezza dell’acquerello si fonde con l’irriverenza e la sfrontatezza delle sue scandalose muse, delle eroine della seduzione che riescono a parlarci di piacere, terrore e fantasie. Il corpo, che nella società ha da sempre creato irritazione, disagio, reazione, da Riot Queer viene tagliato, mutilato e, attraverso i segni, le parole, il linguaggio dei gesti, delle posture, trasmette messaggi subliminali, fragilità e trasgressione allo stesso tempo. Sulla pelle l’artista scrive storie e i corpi frammentati diventano delle mappe da esplorare, decodificare nelle quali sprofondare e perdersi fra corone di fiori, teschi, serpenti, sangue, farfalle e mammelle. Corpi che vogliono fuggire dagli schemi, vogliono essere altro rispetto ai corpi dell’organizzazione sociale e dei poteri sogettivanti, corpi che non vogliono più essere racchiusi nelle tranquille barriere di una corporeità accettata, imposta, convenzionale, e omologata ma si offrono come campo d’azione, come il campo di un’esercitazione, di una sperimentazione, diventano espressione. E ritroviamo i tanti riferimenti all’illustrazione underground, al tatoo americano anni ’50, e all’arte messicana, al punk ma anche al mondo del fetish e del softcore, il tutto mixato a suon di Siouxies, Primal Scream e Lou Reed, messo in pasto agli occhi di noi spettatori inesorabilmente stregati da queste pin-up del nuovo millenio.
Roberta Fiorito
Fabrica Fluxus
Novembre 2009











