NEXT-DOOR MONSTERS
Mariantonietta Bagliato
Zaelia Bishop
Alessio Bogani
Claudio Evangelista
Claudia Giannuli
Lucamaleonte
Alice Pasquini (AliCè)
Riot Queer
Mauro Santucci
Studio Arturo
Red Zdreus
A cura di Francesco Paolo Del Re e Fabrica Fluxus
Dall’8 al 31 ottobre 2010
Vernissage 8 ottobre a partire dalle ore 19.00
Easy going monsters, mostri alla mano. Mostri come vicini di pianerottolo. I mostri sono tra noi. Escono fuori dalle remote regioni dell’incubo, dai meandri dell’immaginario collettivo. Fuori dal cinema e dalla letteratura di genere. Liberi, davvero, circolano nelle città all’orlo del collasso. Si confondono tra le folle e le tribù metropolitane e si mostrano in tutto il loro oscuro splendore a chi ha occhi buoni per vederli. Rivendicano il diritto di un’esistenza che fuoriesca dai limiti delle narrazioni preordinate, abbattendo ogni distinzione tra reale e fittizio, scena e fuori scena. Non siamo più in pericolo? Sono mostri addomesticati, diventati creature civili? O siamo sull’orlo di una mostruosa, incontenibile, inenarrabile insurrezione?
Presentata in anteprima a giugno a Roma, negli spazi dell’atelier creativo e spazio espositivo Laboratori Sotterranei, la mostra NEXT-DOOR MONSTERS, a cura di Francesco Paolo Del Re e Roberta Fiorito inaugura venerdì 8 ottobre presso la Galleria Fabrica Fluxus di Bari (via Marcello Celentano 39), in collaborazione con il Collettivo Fabrica Fluxus, e sarà visitabile fino al 31 ottobre.
Attingendo al vasto patrimonio dell’immaginario horror, bizzarro e pauroso, la ‘mostra dei mostri’ vuole proporre una riscrittura di alcune figure mostruose che affollano il repertorio cinematografico, popolari o quasi dimenticate, ancestrali o di nuovissima confezione. Attraverso lo sguardo disparato dodici artisti, lo spettatore è chiamato a essere protagonista di un’indagine di desideri, ambizioni e possibilità dei mostri della porta accanto o dei mostri dentro di noi. Gli artisti protagonisti sono Mariantonietta Bagliato, Zaelia Bishop, Alessio Bogani, Claudio Evangelista, Claudia Giannuli, Lucamaleonte, Alice Pasquini (AliCè), Pimax, Riot Queer, Mauro Santucci, Studio Arturo, Red Zdreus.
Ogni artista è stato chiamato a scegliere un film horror e a confrontarsi con il mostro protagonista. Mostro su mostro, il percorso espositivo presenta una singolare carrellata di mostruosità, permettendo di tracciare, in più, le coordinate per una piccola, frammentaria, incompiuta, insurrezionale, anti-accademica storia dell’horror, ripensata in modo creativo, a partire dal vissuto e dalle memorie di voraci consumatori-artisti.
Da “La moglie di Frankestein” a “Donnie Darko”, da “Il mostro della laguna nera” a “It”, da “Che fine ha fatto Baby Jane?” a “The toxic avenger”, da “Carrie. Lo sguardo di Satana” a “Non aprite quella porta”, NEXT-DOOR MONSTERS promette l’esperienza artistica più agghiacciante della vita del popolo dei vernissage, mescolando, in un mix da incubo, i linguaggi della fotografia, della scultura, della street art, dell’illustrazione, dell’installazione e della pittura.
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NEXT-DOOR MONSTERS ovvero del mostrarsi del mostruoso
Di Francesco Paolo Del Re
Una gita pomeridiana, estiva, che si trasforma in un viaggio imprevedibile in un territorio sconosciuto, disseminato di minacce. Una casa isolata tra i campi. La curiosità ingenua che spinge a scrutare oltre una soglia che sarebbe stato meglio lasciare inesplorata. E poi il sangue, la violenza, la tortura. Un rituale brutale, irrazionale. Un’irredimibile fantasmagoria del massacro. Che vede ogni tentativo di fuga fallire miseramente, soccombendo sotto i colpi ferini dell’ingiustificata mostruosità nascosta dietro l’angolo, in seno a ogni famiglia normale. Solo una giovane donna prova a opporsi in tutti i modi e alla fine scampa, per pura casualità, alla mattanza. Sono, in questi pochi tratti, abbozzati la trama e i temi di Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre), film leggendario di Tobe Hooper. Da qui si parte, da queste urla di scannamento, da questa ingiustificabile macelleria familiare, dalla maschera di un gigantesco Leatherface armato di motosega, da questa fantomatica porta.
Il titolo scelto per la mostra dei mostri (NEXT-DOOR MONSTERS) rimanda istintivamente alla celebre pellicola del 1974, alla fatale soglia qualunque lì iconizzata come accesso privilegiato alle regioni nebulose del mostruoso, a sottolineare la scelta di campo di legare, in un’ipotesi curatoriale a maglie ampie e suscettibile di ulteriori sviluppi ed evoluzioni, le forme dell’arte contemporanea e le narrazioni del cinema di genere. A maglie ampie perché questa collezione di capricci è un progetto a tappe, pensato per accrescersi grazie a successivi contributi di artisti invitati di volta in volta ad addizionare un tassello, mutando la composizione del tutto, in una formula fluida e multiforme di costruzione di un senso e un percorso condiviso. L’allestimento presentato alla Galleria Fabrica Fluxus di Bari dall’8 al 31 ottobre 2010 segue, pertanto, un primo studio della mostra, proposto a giugno negli spazi dell’atelier creativo e spazio espositivo Laboratori Sotterranei di Roma. E già le creature dell’incubo si agitano nell’ombra e si protendono per andare a bussare altrove.
Attingendo al vasto patrimonio dell’immaginario horror, bizzarro e pauroso, la mostra NEXT-DOOR MONSTERS vuole proporre una riscrittura di alcune figure mostruose che affollano il repertorio cinematografico, popolari o quasi dimenticate, ancestrali o di nuovissima confezione. Attraverso lo sguardo di undici artisti (Mariantonietta Bagliato, Zaelia Bishop, Alessio Bogani, Claudio Evangelista, Claudia Giannuli, Lucamaleonte, Alice Pasquini (AliCè), Riot Queer, Mauro Santucci, Yoirene (Studio Arturo), Red Zdreus), lo spettatore è chiamato a essere protagonista di un’indagine di desideri, ambizioni e possibilità dei mostri della porta accanto o dei mostri dentro di noi.
Una vertiginosa playlist horror per iPod visuali. Ogni artista è stato chiamato a scegliere un film horror e a confrontarsi con il mostro protagonista. Mostro su mostro, il percorso espositivo presenta una singolare carrellata di mostruosità, permettendo di tracciare, inoltre, le coordinate per una piccola, frammentaria, incompiuta, insurrezionale, anti-accademica storia dell’horror, ripensata in modo creativo, a partire dal vissuto e dalle memorie di voraci consumatori-artisti.
Una mostra di ritratti del mostruoso, costruita intorno al nesso tautologico dell’etimologia di mostrare il mostruoso. Una riflessione sull’intima vocazione mostruosa dell’arte contemporanea. Mostro, dunque. Qualcosa che si consuma nello sguardo. Lo stupore e la meraviglia della visione moltiplicano la singolarità del mostro, entità che si dilata e diventa plurale, così come plurali sono gli sguardi che nella mostra si incrociano. Mostra, questa, che lavora nella direzione della rimediazione, usando dispositivi mediali nuovi per rieditare il medium dell’immagine in movimento, a sua volta spesso debitrore della narrazione scritta, letteraria. Procedendo per citazioni, tradimenti, collage, entusiasmi da fan, moti di postproduzione, attraversamenti culturali, estetici, mediali. Portando nel delta plurale dell’arte un piccolo catalogo dei mostri codificato dall’industria filmica e culturale in genere. Il pungolo che ha mosso questo percorso di ricerca è stato di catturare un sentore, cristallizzare momentaneamente con punto di vista di consumatori-produttrori la fluidità di un immaginario inserito in un complesso paesaggio mediale, riflettere (come specchi) sulle ri-produzioni dal basso di miti e icone.
Si incomincia con la constatazione che l’horror, e tutto il sistema organizzativo e produttivo del genere di cui esso è peculiare espressione, sono specchio e frontiera di tutta l’industria culturale e allo stesso tempo spugna capace di assorbire e catalizzare forme e problematicità di un particolare momento storico. A partire da questo, si vuole argomentare che all’intersezione tra horror e arte contemporanea possiamo vedere al lavoro, nel loro stesso farsi, alcune pulsioni e istanze di senso degne di interrogazione, esigenze di abitare il territorio in costruzione che rappresentano potentemente i passi calcati della società di oggi.
Lo spettatore è sospeso (sorpreso) tra le ragioni del mostrare, con i suoi apparati storici e i suoi meccanismi narrativi, e le passioni del mostruoso. L’arte contemporanea ricalca i territori che sono già stati della letteratura, della fotografia, delle vetrine, del cinema, della pubblicità, del design, del marketing, della televisione. Li ridisegna in una geografia di stupore, tracciando percorsi rabdomantici per tornare alla sorgente del mostruoso, coacervo di barbarica irragionevolezza, dell’esperienza dello straordinario, di ciò che può essere sublime, terribile, stupefacente, meraviglioso. E lo fa, nella piccola mappa proposta da questa mostra, in virtù di un artificio retorico: quello di ripensare alcuni mostri del cinema innescando il cortocircuito che fa dello spettatore un produttore, oltre le rigide divisioni di ruoli imposte dalle routine produttive e dagli apparati industriali del moderno. Così un manipolo di spettatori qualsiasi viene investito del compito di frugare tra le pieghe della memoria visiva, individuale e collettiva, per ricapitolare le seducenti pulsioni dello sguardo sul mostruoso e del mostruoso.
Mentre si lascia guardare, il mostro ci guarda, guarda noi spettatori globali, i nostri corpi-schermi in perpetua ostensione, mettendo in opera il dispositivo di un ennesimo, beffardo ribaltamento di ruoli. Come in un gioco infinito di specchi, il se videntem videre del mostruoso ci porta a interrogarci sulle ragioni di una quotidianità popolata da una sequela potenzialmente infinita di mostri, in un perpetuo moto di sguardo circolare, reciproco, mai saturo. Le immagini-finestre di questa mostra si spalancano con la stessa persuasività di schermi tv, pagine di internet, incontri per le strade e nei vagoni delle metropolitane. Con lo stesso mostruoso miscuglio di attrazione e repulsione.
È vero. Sono in mezzo a noi. Camminano con noi. Sono, infine, noi. Siamo noi. Il mostro è qui. Sorridente e senza giustificazioni. Icona che si sottrae all’etica, dandosi come puro vettore emozionale in un formicolio di immaginari. Guardarlo, guardarci, è forse la cifra della malinconia spasmodica, esasperata, di ogni esperienza estetica e di consumo (inscindibili fra loro) del contemporaneo.
Creature del desiderio, catturate in uno specchio fatto modo, nel crepuscolo struggente di una civiltà sospesa a crogiolarsi in un eterno flirt con la sua ombra.
Roma, giugno-ottobre 2010
MAURO SANTUCCI
Il mostro è maschera e rituale, in Deep ones, in dialogo con Dagon – La mutazione del male (Dagon) di Stuart Gordon (2001), e in Bride, ovvero La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein) di James Whale (1935), entrambe opere fotografiche di Mauro Santucci. Il mostruoso, nella liquida contiguità di due film tra loro molto diversi e distanti, è alterazione della forma nota, consueta, conosciuta, normale. Nel rituale che accompagna questa deformazione, sulla spinta di un desiderio di abisso o di assoluto, si accresce la vertiginosa possibilità di conoscere, per approssimazioni mai compiute, un inconoscibile. Qualcosa che sarebbe forse meglio lasciare ai suoi borbottii idioti oltre il bordo sfrangiato della coperta della ragione, con la quale l’uomo si illude di potersi riparare dal perturbante. Mauro Santucci rimedia, attraverso l’esperienza cinematografica che è già di per sé una riscrittura, l’originaria infatuazione barbarica di Lovecraft, epico frangitore delle certezze di un’America anti-progressista e anti-futura. Fisiognomica della deformazione: a saper cogliere gli indizi, la mutazione in corso è tutta lì, nella trasparenza di un oggetto quotidiano che ti deforma, tra le frattaglie della cena da preparare. La fotografia, in questo senso, è lente che amplifica la distorsione, allontanando la realtà dal suo destino di separazione dalle regioni del mistero
(YO)IRENE – STUDIO ARTURO
Il vendicatore tossico (The Toxic Avenger) di Lloyd Kaufman e Michael Herz (1985), il film diventato simbolo della casa cinematografica Troma, si presta, nella rielaborazione The toxic avenger di YoIrene di Studio Arturo, a una semplificazione grafica. Complice l’impiego della tecnica della stampa su tela a partire da una incisione su linoleum, l’opera allude a una portabilità del segno, alla natura consumabile di un’icona degli anni Ottanta che vive un’esistenza volatile, vestimentaria. Nessuno scarto, né concettuale né fisico, tra questa stampa e quelle che ornano le t-shirt da mercatino, elemento identitario di un popolo di consumatori-fan che vivono navigando a vista lungo gli arcipelaghi dei nuovi culti che si accumulano, come granelli di sabbia, lungo la battigia dello sgretolamento degli imperi globali dell’industria culturale. Bidimensionale, piatto, segno tra i segni, il volto scomposto e tumefatto del mostro tossico ha lo stesso potenziale fandom di uno status inciso su una pagina fan di Facebook.
ALESSIO BOGANI
Twilight, ovvero la condizione di penombra e crepuscolo che si addice alla figura del vampiro, vero e proprio mito moderno, di cui è possibile rintracciare le linee di un’evoluzione culturale che segue il rinnovarsi e l’inverarsi dell’archetipo non-morto e sempre vivo, stagione dopo stagione. Twilight è anche, evidentemente, il titolo del libro di Stephenie Meyer, capostipite di una recente saga diventata popolare soprattutto tra i più giovani, accompagnata dalle ovvie trasposizioni sul grande schermo: quest’ultima incarnazione del mito del succhiasangue è uno dei poli a cui inevitabilmente approda la riflessione di Alessio Bogani che sostiene l’opera in mostra, un disegno a pastello e cera d’api su carta con cornice vecchia e polverosa. Non è l’unica suggestione che confluisce in un’analisi complessa e globale dell’evoluzione del vampiro letterario e cinematografico. Il riferimento principale, in forma di omaggio dichiarato, è una pietra miliare dell’horror, ovvero Dracula di Tod Browning (1931). Il transilvano di Browning si restituisce nel volto dall’intensa mimica di Bela Lugosi, acclamato attore identificatosi quasi completamente con il personaggio da lui interpretato. Come in un santino al rovescio, figlio di orrida devozione popolare, Dracula-Lugosi si lascia incorniciare da tutta una serie di elementi, attributi e orpelli che hanno caratterizzato le tappe della sua evoluzione, dagli spicchi d’aglio al timore della croce, dalla repulsione per il sole al pelo folto e belluino.
ZAELIA BISHOP
Memoria di un abbandono. Traccia di biografia in eccesso e sottrazione scientifica, tra entomologia e chirurgia, di una fiaba. I Portraits di Zaelia Bishop, assemblaggi-collage su fotoritratti d’epoca, stanno al film The Elephant Man di David Lynch (1980) come un dente sta all’esumazione casuale del corpo sepolto della vittima di un omicidio dimenticato. La ricerca sulle persistenze della memoria e sulla sofferenza delle soglie da varcare di cui è costellata la crescita, imposte dallo scorrere del tempo e dalle regole sociali, si consuma nell’incontro tra fotografie di una vecchia borghesia messa in posa e elementi d’affezione prelevati dal mondo naturale, vegetale o animale. Non c’è nessuna storia nelle infinite storie delle infinite vite che si depositano tra le ombre dei cassetti, tra le ragnatele dei rigattieri. Non c’è nessun filo logico, nessuna cronologia, nessuna grande narrazione. Solo un estenuato depositarsi di casualità, di rimanenze senza gloria. Il freak show è finito. Resta solo quel cancro reiterato nelle vite che rattrappiscono, nelle stagioni che impallidiscono e, inevitabilmente, si susseguono, nonostante tutte le paure, le ambizioni, le unghiate. È cannibale la pretesa di una forma estetica salvifica, disarmante, senza responsabilità. Il rovello di Zaelia Bishop ha scordato la chiave nella serratura della porta.
CLAUDIO EVANGELISTA
Doppio ritratto dell’attore Tim Curry in due memorabili interpretazioni. It e Frank di Claudio Evangelista traggono ispirazione da It (Stephen King’s It) di Tommy Lee Wallace (1990) e The Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman (1975). Nella cosmesi imprecisa partorita da una giustapposizione di immagini che non si preoccupa di nascondere alcuna sutura di senso, si produce una disconnessione, un’aritmia. La ricerca iconografica di Claudio Evangelista, che fa propria la vischiosità del feticismo e la voracità della bulimia, si lascia sedurre dall’aspetto grottescamente apodittico del maquillage. Il mostro imbellettato è pantomima di un oggi vistoso, rimbalzato nelle facce da copertina, nelle gigantografie da manifesto pubblicitario, nella ridanciana galleria di orrori dei talk show della tv commerciale. Il volto del mostro è non-luogo in cui sradicare ogni appaesamento. Il travestimento è vertigine di un terrore infantile, di uno specchio deformante che non abbandona mai.
LUCAMALEONTE
Lo stencil su tela Insieme a te non ci sto più di Lucamaleonte è un prezioso saggio di manieristica calligrafia, ottenuta attraverso la laboriosa sovrapposizione di successivi livelli di colore. Nella sua tessitura monocroma sapida di fatalità, l’immagine sembra tramarsi delle stesse profondità liquide proprie del fluire della pellicola cinematografica oltre gli schermi che puntellano le architetture del Novecento. Il mostro della laguna nera (Creature from the Black Lagoon), creatura anfibia che dà il nome al film di Jack Arnolds (1954), è mostro primordiale, piccolo fratello di King Kong. È in scena lo scontro tra natura e cultura, consumato in un flirt che azzera il tempo e, al di là di ogni possibile redenzione o incasellamento, si congela in un fotogramma di street art, in un soffio di vernice spray che si irradia dalla bocca di un proiettore d’essai.
ALICE PASQUINI (ALICÈ)
Atto di appropriazione che è più di un plagio e meno di un tributo, senza nessun crisma di ufficialità, è l’autoritratto AliDarko di Alice Pasquini (AliCè). In forza del peculiare percorso di circolazione sotterranea che gli ha regalato popolarità e successo, il film Donnie Darko di Richard Kelly (2004) si presta a diventare paradigma di un uso virale dei contenuti mediali e dei consumi culturali, riprogrammabili a piacimento, sintonizzabili rispetto alle evenienze di un sentire mutevole, parcellizzato, peculiare delle amebe identitarie che si crogiolano nelle correnti del mare dell’oggi. Vestire il vestito di un film, attagliarsi la stoffa di un sé fittizio, avere habitus tra le pieghe di un personaggio non reale è la condizione impermanente dell’affermazione di una vivibilità del contemporaneo. Se la stoffa che ci veste è, in ossimorica evidenza, il costume carnevalesco dello scheletro che ci sostiene, la sovrapposizione mai quietata tra dentro-fuori, vuoto-pieno, solido-volatile, morto-vivo è vorace via di fuga che fuoriesce dalle griglie della definizione, in ribaltamento continuo.
RIOT QUEER
Pin-up esangue, asfittica e insieme barocca, Baby Jane Hudson di Riot Queer. Della potente, mesmerica icona del film Che fine ha fatto Baby Jane? (What ever happened to Baby Jane) di Robert Aldrich (1962), che assurge la carne di Bette Devis a bambola feroce, incanutita, resta la riflessione autoevidente sul meccanismo del farsi spettacolare. Consanguinea di Baby Jane è nel dipinto The Addiction di Riot Queer la Regina Alaska, interpretata dalla cantante Aaliyah, morta ventiduenne in un incidente prima dell’uscita del film La regina dei dannati (Queen of the Damned) di Michael Rymer (2002), trasposizione di un romanzo di Anne Rice. La nobildonna che si immortala nelle pennellate della ritrattistica ufficiale dei secoli della bella pittura, ostentazione di potere e status sociale, la diva della monumentale lanterna magica hollywoodiana e la Suicide Girl delle chat di internet danno la vita, ciascuna a modo proprio e nella misura appropriata al tempo in cui si dissipano, per la perpetuazione sismica del medium e del suo artificio. La smitizzazione è la rovina del mito: nel pennino e nell’acquerello di Riot Queer si infatua di sé la vanità dell’umano, sospeso baluardo sull’oltre onnicomprensivo del suo farsi altro, del suo essere perennemente sbilanciato, mai presente a se stesso.
RED ZDREUS
Citando la celebre frase del film Zombi: “Quando all’inferno non ci sarà più posto i morti cammineranno sulla terra” Red Zdreus ci restituisce un’ironica ma al contempo disillusa e sarcastica versione del suo “mostro”. E’ così che “Quando all’interno non ci sarà più posto i carrelli cammineranno sulla terra”. Mette a punto un prodotto, “Spremuta di meningi” che, come vogliono le leggi del marketing, prevede: la creazione di un marchio, una grafica accattivante, uno slogan semplice ed efficace, dei testimonial che possano soddisfare tutte le fasce d’età e di sesso e un packaging vivace. Poi passa alla campagna pubblicitaria, affiggendo manifesti per strada e diffondendo viralmente sul web. Del film di Romero Red Zdreus coglie la graffiante critica alla società consumistica riconsegnandoci un mostro impalpabile ma subdolo e invadente che si annida nelle nostre quotidiane abitudini, fra gli scaffali e nei corridoii dei centri commerciali. Gli zombie, nel film come nel’opera dell’artista, altro non sono che un metafora, lo specchio di una società in decadenza che ci vuole passivi e voraci consumatori alla ricerca spasmodica di qualunque cosa purchè, ovviamente, abbia un prezzo senza zeri: 9,99!!
CLAUDIA GIANNULI
Carrie è l’emarginata, è l’asociale, è la diversa, e in quanto tale rappresenta, per la società frivola, superficiale e cinica “il mostro”. Carrie è una ragazzina adolescente che aspira ad una vita “normale” fatta di amici e primi amori, proprio per questo per la madre estremamente bigotta e sessuofobica lei rappresenta il male, “il mostro”. La “mostruosità“ della protagonista, che si esprime in tutta la sua apocalittica violenza nella catastrofe conclusiva della pellicola, è il momento liberatorio in cui NOI insieme a Carrie siamo felicemente complici e partecipi della sua orrorifica rivincità nei confronti di un mondo che la vuole emarginata, discriminata, vittima. Il lavoro di C.G. prende spunto proprio da questo ruolo che nel film gioca il binomio vittima/carnefice. Con acuta ironia coglie Carrie nell’attimo in cui folgora un povero malcapitato volatile che le ha appena “sporcato” il capo. Uno spaccato di vita urbana che si conclude davanti ai nostri occhi esattamente come vorremmo che fosse ogni volta che la “mostruosità” del mondo si para davanti ad essi.
MARIANTONIETTA BAGLIATO
“Voglio fare un gioco con voi… scegliete. Vivere o Morire? Fate la vostra scelta… “ dice JigSaw, mostro protagonista del film, alle sue vittime. Questo è l’incipit da cui parte il lavoro di Mariantonietta Bagliato che per l’appunto intitola la sua installazione “I want to play a game”. Il suggerimento, che ha piuttosto le sfumature di un ordine, viene da una marionetta, un baboccio composto da stoffe e stracci, che in questo caso, come spesso avviene nel lavoro della giovane artista, funzionano come tracce di identità e di memorie multiple sovrapposte e intrecciate. Il gioco che si innesca è un gioco di specchi e rimandi, così come il nostro mostro fa con le sue vittime, il pubblico manovra i fili della marionetta a suo piacere , ma viene a sua volta manipolato dall’artista che invita a l’interazione, così come ognuno di noi con fa con se stesso, così come il destino fa con ognuno di noi..
Testi di Francesco Paolo del Re
e Roberta Fiorito, 2010






























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